Antipirateria: fallito il maxi sequestro dei siti pirata italiani

Il sequestro dei 46 siti web per il download e lo streaming di materiale protetto da copyright è fallito. Le motivazioni sono perlopiù di natura tecnica.

di Martina 15 Marzo 2014 10:48

Il maxi sequestro di ben 46 siti torrent e streaming italiani messo in atto, nei giorni scorsi, dalla Guardia di Finanza per ordine del GIP di Roma è completamente fallito.

Tutti i siti torrent e di streaming interessati dal sequestro sono infatti ritornati accessibili. Le motivazioni sono perlopiù di natura tecnica e vanno a mettere in risalto l’impossibilità, in Italia, di svolgere tale genere di operazioni con quelle che sono le metodologie attualmente in uso.

Il sequestro fisico dei siti web è infatti un’operazione praticamente impossibile poiché solitamente i server su cui si appoggiano, specie nel caso dei portali dedicati allo streaming e ai file torrent, sono situati in paesi esterni all’UE. Le modalità disponibili per l’oscuramento di questo domini possono quindi essere due: il blocco dell’IP o il blocco del dominio tramite DNS.

In tal caso il blocco era stato effettuato rendendo irraggiungibili gli IP fisici utilizzati dai siti pirata, una scelta questa che ha però generato un secondo effetto facilmente prevedibile: il blocco dell’indirizzo IP non ha reso irraggiungibile soltanto i siti pirata ma anche tutti gli altri che adoperavano il medesimo IP.

In virtù di ciò è stato quindi necessario fare una parziale marcia indietro andando a liberare gli indirizzi e intervenendo sui DNS, una misura che gli utenti più esperti sanno bene come aggirare. Alcuni ISP hanno poi semplicemente rimosso i blocchi senza modificare i server dei nomi. Gran parte dei 46 siti sottoposti al sequestro hanno inoltre provveduto repentinamente a modificare l’estensione del proprio dominio raggirando in men che non si dica il provvedimento.

Quella che era stata etichettata come la più grande operazione antipirateria in Italia si è dunque risolta in niente. Imporre blocchi di tale tipologia è risultato del tutto inutile. L’unica reale strada da seguire sarebbe quindi quella di “colpire non i siti ma le vie di finanziamento dei loro gestori, così come spiegato dall’avvocato Fulvio Sarzana.

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